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sabato 26 settembre 2015

Come non mi vuoi

Un'immersione, a caldo e in apnea, nel mondo femminile, tra desideri, proiezioni e rese dei conti.


Se lo vuoi...

Per i tipi della Echos Edizioni 'Come non mi vuoi' vede la luce nel giugno 2015, e subito parte per lo Scrivere Festival di Tolentino, dove, in buonissima compagnia, inizia a farsi conoscere.

Scrivere Festival




La promozione continua e ad agosto 'Come non mi vuoi' sbarca a Silvi Marina, presso la Rio Bo Libreria, con la scrittrice Caterina Falconi a presentarlo, e le attrici Monica Di Bernardo e Debora Giobbi a leggerne alcuni brani.
Una serata bellissima.







Il 26 di agosto arriva a San Benedetto del Tronto, all'interno della rassegna letteraria 'Scrittori sotto le stelle', e in uno degli stabilimenti storici della città, lo Chalet Da Luigi, parla e fa parlare di sé.
Un successo.









Deobora Giobbi, voce di Come non mi vuoi, e Lucilla Santostasi, violoncellista.


Violoncellista e attrice a dare vita a Come non mi vuoi.


Il due di settembre, con ampia rassegna stampa, 'Come non mi vuoi' parla di sé ad Ascoli Piceno, nel Caffè Giardino, con la giornalista Alessandra Addari, che presenta la serata, la psicologa Fiammetta Monte, che approfondisce alcune tematiche femminili, la pittrice Erika D'Elia, che presenta un quadro dedicato al libro, e per questo appositamente realizzato, e l'attrice Debora Giobbi, che ne legge alcuni brani.

















Tra le tappe di questo viaggio, l'autrice racconta un po' di sé e del suo romanzo nel blog 'Libro Guerriero', dove la scrittrice Marilù Oliva le dedica un'intervista, con il suo solito tocco deciso e profondo. Potete leggerla, proprio qui.


Ma 'Come non mi vuoi' non si ferma, e dopo un'estate ricca di incontri, proseguirà il suo viaggio, il 15 di novembre a Milano, presso l'Associazione culturale Apriti Cielo!, il 29 novembre a Recanati, presso la Libreria Caffè Passpartout, e nel mese di dicembre a Roma. 




E vi aspetta, tutti tutti. Sia alle presentazioni, dove ci sarà anche la sua autrice, sia nelle librerie, oppure, se proprio non volete muovervi, nello Store della Echos Edizoni, ordinabile da subito e con lo sconto, senza attese, proprio qui!



 ...vi aspettiamo!

mercoledì 24 giugno 2015

Come non mi vuoi di Nuela Celli

Acquista



A breve online e nelle migliori librerie, Come non mi vuoi”, per i tipi della Echos Edizioni.

Un’immersione, a caldo e in apnea, nel mondo femminile, tra desideri, proiezioni e rese dei conti.

E intanto, quel pensiero strisciante faceva il suo corso e le proiettava immagini e scenari possibili, che subito attivavano il suo sistema nervoso, stimolando degli impulsi che in quella notte disperata, a nudo e senza alibi di fronte alla sua vita, creavano dei crateri enormi, come quelli che si vedono sulla Luna.
Era tutto il giorno che l’odore e le tracce di quell’uomo glielo facevano ronzare in testa. Più o meno vestito, più o meno affabile. E più ci pensava e più si sentiva attratta da quel corpo armonioso, dalla bellezza dei suoi lineamenti, dalla pacatezza dei suoi gesti e delle sue espressioni, dalla voce calibrata, ferma, priva di ogni accento, e forse anche da quella sorta di distacco che sembrava nutrire per chiunque lo circondasse.”


mercoledì 11 marzo 2015

Tentazioni




Sparo nel vuoto.
Fff...un'emissione di onde sonore nel nulla che mi attornia, onde che partono dalla mia voce, che oltrepassano l'ugola, sfilano tra i denti e tramite la radio vengono sparate nello spazio buio.
Fff...
Cazzo, quest'aggeggio è un trabiccolo; per farlo funzionare ci vuole l'intelligenza di un pollo, eppure si riesce a sbagliare.
Ehm...
Ciao, ciao a tutti!
Ora mi presento. Sono Andros 81004, controllore di bordo del cargo Beta 700200 HCF, appartenente alla compagnia Tetrax Spazio Trasporti s.n.c., persosi nel lontano territorio delle Gole Nere, su un dinamitico satellite del pianeta che ho battezzato Luna Blu, fuori dai sistemi stellari riconosciuti, fuori da ogni segnale percepibile, in altre parole: in culo al mondo!
Sopravvissuti all'atterraggio di fortuna: io.
Gli altri tre componenti dell'equipaggio sono morti durante l'impatto, già impacchettati nelle apposite capsule Preservit, tremila anni di mantenimento sopracutaneo garantito, nonostante qualche scricchiolio della carcassa e magari una floscezza innaturale nella posa.
Se soltanto ci penso ho i brividi... Non ho letto tutte le istruzioni, ma, cazzo! quelli dureranno più di me! 
E quando mai andrò a ficcarmi dentro a quel sarcofago di merda!
Non ho neanche la voglia di guardarli.
Pensavo che sentendomi solo, dopo un po', avrei avuto voglia di fissarli, magari di scambiarci due chiacchiere, perché no?
Si può impazzire, sapete?
Ci sono scorte di cibo per almeno centoventi anni,  cibo ben impacchettato, che quando si apre diventa fumante e i cui colori si fanno vividi, come 'sane porzioni di manicaretti appena preparati' recita la pubblicità. 
E magari sono stati preparati prima che io nascessi. 
I germi, i batteri, i vermi, con loro non hanno la meglio, non riescono a vincere.
Con me invece non accadrà.
Ah ah ah!
La mia carcassa marcirà imbrattando di vermi, liquidi puteolenti e gas, le squallide pareti asettiche di questo cargo, che poi non è più un cargo oramai, ma una casa, sigillata come una tomba, una tomba il cui silenzio ferisce le orecchie.
Sono qui e penso.
Ma se penso non vivo più in questa situazione, sopravvivo soltanto.
Parlo e respiro. 
Automatico, no?
L'ossigeno fa il suo corso, si inala, va al cervello e tutto questo incredibile meccanismo biologico segue il suo corso. 
Indifferente.
L'elettricità la risparmio. Quella sì!
Il generatore è un po' malandato.
Fuori è tutto buio, ho spento i puntatori.
Ma a volte, improvvisa e inaspettata, c'è un'eruzione del vulcano 07, non lontano da qui.
07 perché finora ne ho contati otto nella valle dove s'è accasciato questo catorcio, soltanto otto davanti alla mia visuale; ce ne deve essere un numero impressionante su questo satellite feccioso!
Le eruzioni, oltre ad avvelenare l'aria fetida che c'è là fuori, emettono incredibili quantità di luce rosso fuoco; per degli attimi splendidi questa luce incandescente illumina l'orizzonte, lo riempie di anfratti, picchi, valli e profili taglienti, il cielo si fa bellissimo... e il cuore mi gongola.

E così, cari amici miei, rimango seduto sulla poltrona nera dei comandi. Tutte le lucette sono spente e l'unico rumore che riempie la stanza non è la mia voce, che tra l'altro ormai non sento più (a volte ho dei dubbi, e non so se sto parlando oppure pensando), ma sono i miei stessi pensieri. 
Sono loro a far rumore. 
Gracchiano, raspano, annaspano, a volte gridano pur di venire alla luce.
Ho passato una vita a correre, operare, lavorare, volare, partire, ritornare.
Ora non ho più nulla da fare. 
Sono qui, unico obbligo rispetto al futuro: morire.
Ma ho trent'anni e come pilota di cargo godo di un'ottima salute. Trasportavamo scorie radioattive e i controlli medici sono molto severi per noi piloti. 
Un carico radioattivo... e chissà se una fuga di materiale dalla stiva potrebbe fecondare questo mondo ancora più velenoso della radioattività!
Il fatto certo è che mi ci vorranno ancora anni e anni prima di invecchiare, e poi ancora anni di agonia prima di morire.

E poi... e poi c'è lei.
Quando mi sembra di impazzire e vorrei trovare la forza di ammazzarmi... La mia croce.
Arriva quando perdo la cognizione del tempo, quando magari ho dormito ore e mi sembra sia passato poco meno di un minuto.
In quei momenti arriva lei.

Quando la mia vita scorreva normale, quando ti vedevo in carne e ossa e ti parlavo, sentivo il tuo odore e ti vedevo emozionarti ai miei gesti, allora eri sempre sfuggente e ritrosa!
Una parola, uno sguardo ambiguo e poi sparivi. 
Mi hai scavato dentro un senso di vuoto che non ho più saputo colmare, hai spazzato via ogni altro desiderio possibile e poi te ne sei sempre andata.
Di fretta, bella, indaffarata, con la tua vita così lontana dalla mia.
Ora mi guardi intrigante, e ogni volta ridi dei miei stupidi tentativi di farla finita.
Le tue labbra tese sembrano dirmi: 
"Fattene una ragione, qui non ci manca nulla! Siamo io e te, al diavolo quel mondo pieno di porcherie che continua a vorticare senza senso!"
Già.
Fuori dalle rotte possibili, in un mare di magma verde... Io e te.
A volte ti strozzerei quando sembri gongolarti in questa situazione di merda! Ma le mie mani si avventano sul nulla e stringono soltanto la mia disperazione.
Quando sei sui miei fianchi invece, come ti dimeni, come sei vera, saporosa, sudata, tremendamente reale!
Ma poi sparisci di nuovo e mi lasci in questa terribile solitudine.
Come adesso...
Parlo da solo alla radio, oramai non mando più neanche S.O.S o appelli.
Sono qui e basta.
Solo. 
Infinitamente solo.
Per sempre.

Cosa fai lì?
Dico, ma sei pazza?! 
Mi fissi e come al solito non parli, oltre il vetro, e mi fai tutti quei cenni...
Là fuori c'è l'inferno, nessuna tuta può reggere l'atmosfera acida e marcia che c'è lì.
E io sto bene di testa, non l'ho mica dimenticato!
Senza maschera, senza tuta... seminuda per giunta!
Quanto sei pazza! 
Eppure a guardarti sembra facile, ci si potrebbe quasi provare!
Sei impaziente, eh?
Ti manco, vero?
Ma allora dov'eri finita?!
Mi sei mancata da andare fuori di testa!
Non reggerei ad altre ore senza di te, in questo minuscolo cargo perso nell'infinito!
Sai cosa ti dico? 
Adesso arrivo!
Sembra facile.
Molto facile!
Aprirò quel maledetto portellone che mi sigilla da più di un anno e finalmente ne parleremo.
Di me e di te!
E della nostra vita insieme!
Non voglio più rimandare!
E' arrivato il momento, amore, non posso più aspettare.
E tu, mi raccomando, non ti muovere, non scappare coma al solito!
Dobbiamo parlare.
Dobbiamo mettere un punto a tutta questa storia!
Se sei arrivata fin qui, ci sarà un motivo, no?
E allora parliamone! 
Eccomi! 
Sto arrivando!
Non ti muovere, ancora un attimo e sarò lì!
Amore mio!
Arrivo!


Fff...





mercoledì 2 luglio 2014

Come scrivere un libro




Come scrivere un libro

Come si scrive un libro?
Cioè, un libro inteso in quanto romanzo compiuto di una certa estensione e coerenza narrativa, quindi escludendo da tale domanda diari, raccolte di racconti e articoli o saggi.
In merito, ho una risposta personalissima.

Voglio precisare che a questa domanda rispondono molti decaloghi facilmente consultabili online o corsi legati a scuole di scrittura in cui si trovano tracce e regole da seguire molto esatte ed esaustive. Percorsi di scrittura che hanno una coerenza e dovizia tecnico-pratica a volte notevoli.
Non è il mio caso. La risposta che intendo dare qui, infatti, è una risposta di tipo personalissimo, quindi un po’ caotica a tratti, istintiva, senza un metodo preciso se non quello dettato dalla mia particolare creatività. Però è un esempio, tra i tanti, di come un percorso narrativo possa prendere vita, ed è un esempio vero.  
Naturalmente per rispondere a una domanda del genere ho dovuto compiere tutto il percorso che di solito precede la nascita di un romanzo.

Cioè, dapprima mi sono innamorata della letteratura e della parola scritta, con tutta la loro forza evocativa, poi ho letto e mi sono legata a molti libri di cui ho più o meno invidiato gli autori, divenuti a loro volta delle presenze costanti nella mia vita emotiva.

Quindi ho iniziato a scribacchiare un presunto romanzo di fantascienza già dalla seconda elementare, incompiuto e incasinatissimo, continuando i miei tentativi maldestri, in sequenza, con un romanzo storico-fantastico e un polpettone sentimentale pieno zeppo di protagonisti ricchi e dai roboanti nomi anglosassoni, per proseguire con una storia di duecento pagine illeggibili e scialbe dalle tinte horror e alcuni racconti liceali tanto imbarazzanti quanto impacciati.

Ripensando ai miei esordi, se devo essere franca, mi chiedo perché non ho smesso.
Con l’inestinguibile esigenza di scrivere sopravvissuta alla sciatteria e all’orrore degli esordi, alla fine ho capito, io che sono un’istintiva e una frettolosa, che dovevo venire a patti con due ingredienti imprescindibili della genesi letteraria: la tecnica e la verità.
O anche la verità e la tecnica, nel senso che sono due elementi del tutto paritetici.
La tecnica intesa sia come cura del corpo narrativo (proporzioni, tematiche, filo logico) che come attenzione allo stile linguistico (lessico curato, metafore originali, scelte logico-sintattiche mirate, ecc.).

Diciamo che per anni avevo scritto sulla scia del ‘primitivismo’ più spontaneo, creando un mix tra il mio parlato piuttosto crudo (è un eufemismo) e lo stile dei classici che incontravo negli studi liceali. Una lingua dalle contraddizioni inconciliabili. Un autore invece deve avere sempre presente, oltre le regole base della lingua in cui si esprime, l’esatto registro stilistico che vuole adottare, e che deve saper utilizzare con consapevolezza e perizia, intendendo con questo una vasta pratica e un meticoloso lavoro di autocritica.

Nei contenuti invece preferivo divagare dalla realtà e rifugiarmi nel mondo della fantasia più illimitata e rassicurante, creando così delle trame vacue e sciacquate con la varichina, eliminando in questo modo l’altro elemento fondamentale di un’opera narrativa: la verità.

Se non ci si mette a nudo, infatti, e non si mette un po’ del proprio sangue in quel che si scrive, è meglio rinunciare già da subito. Se si scrive di ciò che non si è vissuto e di pensieri che non ci angosciano sin dalla più tenera età, non si può essere convincenti.

La verità e la realtà in cui è calato ogni autore sono fattori di cui non si può fare a meno.
Se si vuole scrivere e convincere bisogna spogliarsi un po’ e immergersi nel proprio pozzo interiore. Chi scrive mette in scena dei drammi che nella sua testa si sono svolti milioni di volte, e sciacalla volti, gesti, storie di vita, parole, espressioni e luoghi dal proprio vissuto.

Se ci si mette di fronte a una pagina bianca con l’intenzione di scrivere di un posto favoloso, in un mondo diverso da tutto ciò che è familiare, con dei personaggi che non assomigliano a nessuno che si è conosciuto, il risultato sarà evidentemente falso e piatto.
Non c’è possibilità che non sia così.

Anche i libri fantasy più immaginifici, presentano comunque brani di realtà che si potrebbero applicare a delle situazioni reali. Anzi, forse proprio in quello risiede la loro forza, nell’essere ‘brani di vita reale’ inseriti in contesti fantastici.
Quindi, ricapitolando: stile e verità.
Queste sono le due basi fondanti, la calce e i mattoni per costruire una casa.

Poste le basi, si sa, un romanzo nasce anche da altro e una volta che si è deciso di scriverlo, bisogna studiare bene l’approccio a quello che sarà un percorso lungo, a tratti spossante, che comporterà soste, dubbi, momenti di sconforto e di esaltazione.
Un romanzo, infatti, è un corpo unico, è una narrazione che deve essere imbevuta di un mood persistente, di un approccio descrittivo e narrativo coerente. Non si può di certo iniziare a scrivere una vicenda con piglio ironico per poi deviare nel drammatico e continuare con un tono distaccato, tanto per fare un esempio.

Il senso di tutta una storia si dovrebbe evincere già dal primo capitolo, così come la sua atmosfera persistente e il lato che s’indagherà maggiormente sia dei personaggi che dello spaccato di vita in cui essi sono inseriti.

Iniziando a scrivere bisogna avere ben presente oltre che una traccia, che spesso si può dipanare strada facendo, anche e soprattutto un lato della realtà, della nostra realtà e di conseguenza di quella che ci circonda, di cui si vuole parlare e che si vuole rappresentare, con un taglio emotivo ben preciso.

Quest’ultimo spesso nasce da eventi che sono accaduti nella nostra vita e che la mente ha rielaborato in modo  unico e personale, per via del profondo impatto emotivo che hanno avuto su du noi.
Il tutto si può innescare con una scena che incontriamo per caso mentre camminiamo affaccendati, o con una battuta che qualcuno ci rivolge inconsapevole, o con un paesaggio, che ci evoca lontani scenari e sensazioni che hanno avviluppato dei segmenti del nostro passato.

A volte per sbrogliare il nodo emotivo che non ci fa scordare avvenimenti e persone, si sente il bisogno di scriverne, per distaccarci da qualcosa che inizia a vivere dentro di noi in modo sempre più ingombrante, quasi acquistando vita propria. Anche le paure più forti, una volta imbrigliate in una storia e rese leggibili al resto del mondo, sembrano più  superabili e gestibili, e non solo a noi, ma anche al lettore che vi si ritrova e che vi s’immedesima. Insomma, il famoso potere catartico della scrittura, di cui tanto si parla.

Un romanzo, infatti, è un brano di vita, più o meno esteso, che si è a lungo masticato nel proprio inconscio, pronto a riemergere come un sommergibile in una fase cosciente in cui lo scrittore, per sua stessa deformazione, inizierà a intessere di scene e particolari più o meno veritieri i vari stralci di vissuto e immaginazione che lo compongono.

Il collante principale che permette di tessere la trama e la forma stilistico-linguistica della storia che ne nasce è la sensazione predominante che i ricordi trasmettono a chi li vive. Un rigurgito di passato ha sempre un sapore sopra agli altri, un’impressione persistente, un gusto che lascia la bocca amara, dolce, serrata o aperta in un sorriso.

C’è sempre un sentimento che domina lo sguardo dell’autore mentre racconta degli avvenimenti, e una sensazione più forte delle altre che lo pervade.
Da questo mood e dalla sua forza nasce il giusto incipit di un romanzo. Leggevo un’intervista ad Alessandro Piperno, che io trovo davvero bravo, in cui diceva due cose molto importanti. La prima è che per pubblicare e avere successo c’è bisogno innanzitutto di una rete di relazioni. Cioè, non prendiamoci per i fondelli, il passaparola, l’amico dell’amico e la mondanità, aiutano eccome!

Non credo che ci sia ancora qualcuno disposto a credere che un editor Mondadori o Rizzoli prenda i manoscritti dalla posta e si li metta a leggere pieno di speranze e disponibilità. La seconda, Piperno docet, è che c’è assoluto bisogno di un incipit fulminante, che colpisca l’editor sin da subito, soprattutto conoscendo la mole immane di manoscritti che di solito questo deve vagliare e che spesso legge anche contemporaneamente, in modo che rimanga allibito, stupito, incuriosito e soprattutto invogliato a continuare la lettura già dalle prime pagine.

Un incipit folgorante nasce proprio dal giusto taglio emotivo. Dalla sensazione dominante, dallo spirito del romanzo portato al suo parossismo. Da subito l’autore deve dire: ecco quello che provavo quando pensavo di scrivere questo romanzo e voglio che lo provi anche tu, così saprai che sapore avrà il resto del viaggio.
Mai iniziare con un incipit forte e convincente però, il cui mood non abbia attinenza con il seguito. Un inizio divertente per un libro serio, giusto per fare un esempio, o incalzante per un libro pacato. A me personalmente saprebbe di truffa e di raggiro del lettore, e non la prenderei bene.
Penserei a una volontà furbastra e nella migliore delle ipotesi a un’incapacità letteraria.

Quindi, come primo step da percorrere per la scrittura di un romanzo convincente, una volta affinato uno stile personale, e una volta deciso di aprirsi del tutto, non lasciando alcuna porta chiusa dentro di sé, c’è l’attesa del giusto impatto emotivo, del sentimento e della sensazione con i quali ci si vuole immergere nella propria fucina creativa.
Magari sono anni che abbiamo una storia da raccontare o dei personaggi da far vivere, eppure ci manca quella specifica pressione al petto, quello struggimento particolare, quella lontana nostalgia che possano dare inizio al tutto. E a farle scattare può essere qualsiasi cosa, come la semplice lettura di un articolo su Pablo Neruda, per fare un esempio…




Ed ecco che buttiamo giù uno schizzo veloce, alcune frasi scritte con urgenza, grafia stentata e la frenesia interiore di catturare una scena, uno sguardo o un paesaggio che già sappiamo essere legati a molto altro. Una volta cristallizzati questi piccoli stralci di suggestione avremo in mano la chiave per aprire un mondo intero, quello che la nostra vita, le sue impressioni, e la creatività che ci spinge a scrivere, sapranno far apparire quasi esistesse da sempre.
Questo è solo il primo step di un percorso molto 
lungo, certo. Subito dopo infatti converrà affrettarsi verso il secondo… 

lunedì 12 agosto 2013

Come presentare un libro...

 
Se lo vuoi...



Ieri sono andata alla presentazione di un libro, si trattava di un autore non ancora famoso e naturalmente non ne farò il nome, non fosse per evitare rotture di scatole.

Mentre lo ascoltavo attenta mi sono messa a riflettere sul fatto che ognuno di noi, sin da bambino, si è più volte interrogato sulla tattica migliore per uscire dal mucchio e fare la differenza in determinate situazioni, chiedendomi se lo scrittore in questione ci stesse riuscendo. Fortunatamente per il mio equilibrio psichico è stata ed è una necessità che avverto solo a fasi alterne e per scopi specifici, amando anche mettermi da parte per ascoltare gli altri. Un atteggiamento tra l’altro che ieri ho adottato con molta predisposizione, potendo così osservare con calma la tecnica auto promozionale dell’aspirante scrittore di successo.

E mentre lo ascoltavo dissertare con l’aria un po’ trasognata e con un certo distacco, mi sono chiesta, a fronte delle molte presentazioni di libri cui ho assistito, quale fosse l’approccio più giusto per uscire dal coro e fare la differenza, cioè quale fosse la tecnica comunicativa che mi avesse catturato e arricchito di più tra le tante osservate.

Ci riflettevo mentre l'autore, in una location splendida, con vista sul mare direttamente dai meandri di un caratteristico borgo medievale, parlava guardando tutti e nessuno, con la testa un po’ reclinata, facendo spallucce quasi si raccontasse a un amico, sigaretta rullata in una mano e birra pronta accanto alla seggiola, i capelli spettinati, maglia nera su jeans nero, molto hipster del tipo ‘vivo a Bologna ma torno in provincia per raccontarmi’, e mi chiedevo: è questo l'atteggiamento giusto?

L’ho ascoltato concentrata sulla mimica e sulle parole utilizzate, e alla fine ho dovuto realizzare che non mi aveva stimolato proprio per niente a comprarne il libro (16 euro alla fine, mica uno scherzo!) e mi sono chiesta in cosa avesse sbagliato nel suo modo di proporsi.

Partendo dal fatto che come mi informò un organizzatore seriale di presentazioni letterarie, ogni dieci persone presenti una, di norma, acquista il libro, e questa è la statistica, e che il pubblico è sempre più sparuto, ridotto e disinteressato, mi sono domandata: cosa si potrebbe dire o fare per indurre gli ormai rari interessati ad ascoltare uno scrittore dal vivo e a comprarne la fatica letteraria spendendo i pochi euro a disposizione per beni velleitari ?

Certo, mi sono detta, molto dipende dalla notorietà dello scrittore, ma non è soltanto la fama a fare la differenza. Alla fine parecchio si gioca su un fatto emozionale e sul prodotto di cui si parla.

Da pubblico ho potuto constatare che l’artista un po’ figo e molto distaccato, che ostenta una certa cultura di genere, che ama le citazioni di striscio (non insistite sulla pronuncia del nome, quindi o le capisci al volo oppure non è colpa sua) e che si disinteressa di ciò che pensano gli altri perché il suo modo di esprimersi è unico e non modificabile, non mi ha mai attirato molto nell’acquisto finale. Autoreferenziale lo scrittore, autoreferenziale il libro. Magari mi sono sbagliata, ma ahimè, non lo saprò mai, e infatti ieri ho saltato l’acquisto!

È anche vero che l’atteggiamento esattamente opposto a questo, ovvero, la piacioneria, in passato non mi ha convinto allo stesso modo. Uno scrittore che ti strizza l’occhio, che parla del suo libro dicendo che non ti deluderà e che sarà sicuramente all’altezza delle attese, mi smonta in partenza. Perché se un romanzo non delude nessuno mi viene da pensare che quantomeno sia un prodotto di massa, e che se va bene per tutti non possa andar bene per chi ama leggere più in profondità. La massa si sa, il più delle volte ha gusti banali e scontati. Inoltre, se in un libro c’è del vero l’autore non può essere un felice venditore di se stesso senza dubbi e autocritica, senza quella certa sofferenza interiore e tormento un po’ misantropico che distinguono il vero artista. Ricordiamoci che l’arte della scrittura è un esercizio solitario e mal si adatta esternamente a uno smagliante piazzatore di best seller.

Però, diciamolo, anche lo scrittore con gli occhi socchiusi, l’espressione sofferente e lo sguardo rivolto al pubblico in uno sforzo irrefrenabile di far capire quali profondi sommovimenti interiori lo abbiano portato a creare, mi sembra poco invitante. L’arte più convincente è quella che non rimane schiava dell’individualismo dell’autore, in cui ognuno può riconoscersi, e non soltanto il suo artefice con le proprie personalissime turbe emotive ed esistenziali.

Altro approccio che non gradisco molto è quello tecnico e un po’ distaccato, quello in cui sembra che lo scrittore parli di una macchina con tanto di meccanismi e dinamiche prestabilite, quasi che il romanzo abbia vita propria, i personaggi anche, e che lui ne sia un semplice esecutore che ne disserta in modo descrittivo. No, non comprerei mai il libro se l’autore me ne parlasse in questo modo.

Un’altra modalità ancora che non mi convince e credo non convinca nessuno in realtà, è quella basata sullo sminuire il proprio risultato finale. Quella in cui l’autore sembra stia lì per caso, in cui non si definisce uno scrittore nel vero senso della parola e nella quale la modestia lo porta ad ammettere di aver titubato parecchio prima di buttar giù ciò che pensava e di parlare pubblicamente di una storia che al massimo, aveva pensato di poter raccontare alla mamma o ai fratelli. Quella predisposizione mentale per cui ci si crogiola dicendo di non aver svolto molta ricerca, di scrivere velocemente (un buon libro ha gestazioni lunghe, rare le eccezioni dovute soltanto a dei grandi geni), di non leggere autori affini ma di guardare molti film sulla materia (da evitare assolutamente!) e di fare tutt’altro mestiere. ‘Ok’, mi viene da pensare quando sento cose del genere ‘ho risparmiato per una nuova maglietta!’.

E allora, mi sono chiesta, di tutti quelli che mi possono venire in mente, qual è il tono giusto per promuovere un libro?

Ragionandoci sopra mi sono subito venute in mente alcune stupende interviste di G. Simenon e le dichiarazioni televisive di autori molto conosciuti. Pescando invece tra i ricordi vissuti, ho ripensato a un noto autore di thriller, Jefferey Deaver, mai letto prima tra l’altro, che in un caldissimo pomeriggio di giugno, con la platea sotto il sole falcidiata da un importante evento sportivo, si raccontava con ironia, umiltà e consapevolezza di sé, emozionandoci e tenendoci sul filo nonostante la temperatura proibitiva. Dichiarandosi un ex nerd, che scrivendo non aveva mai emozionato nessuno (è pubblicando e vendendo che si passa dalla nomea di perditempo a quella di mente superiore, come ha ben precisato), raccontava che applicando talento naturale, tempo, tecnica e perfezionismo, aveva raggiunto un successo planetario che si accingeva a conservare con altrettanto talento, tempo, tecnica e perfezionismo faticosissimi. Scrivere è di per sé un’attività divulgativa, una comunicazione tra le più efficaci, e di solito uno scrittore sa cosa dire, anche solo sotto forma di risposte e non di monologo, per incuriosire e far sognare una platea. Sa comunicare la magia della creatività perché ne è irretito lui stesso e la vive costantemente, perché un capolavoro è sempre legato a doppio filo alla personalità da cui nasce. Per cui, gestendosi con ironia tra autobiografismo e tecnica letteraria, Deaver ci ha illustrato la magia della nascita di un libro in un tempo che è sembrato anche troppo breve.

Ecco, pensandoci e ripensandoci, alla fine ho concluso che sia questo uno degli approcci più giusti e convincenti, certo finché non parteciperò a una presentazione in cui mi capiterà di riscontrare un modo ancora più coinvolgente ed efficace. Nel frattempo, mentre mi dedicavo a queste riflessioni, l’evento è volto al termine e curiosa come sempre ho seguito con gli occhi il nostro aspirante autore di successo. Ma in modo prevedibile non ha dato molta soddisfazione al pubblico rimasto in zona e come se il fatto non fosse il suo è sgattaiolato via trafficando con il proprio cellulare. Peccato, ho concluso, di questi tempi in cui ascoltare gli altri è un’attività davvero poco di moda, ha quantomeno perso un’occasione!