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mercoledì 11 marzo 2015

Tentazioni




Sparo nel vuoto.
Fff...un'emissione di onde sonore nel nulla che mi attornia, onde che partono dalla mia voce, che oltrepassano l'ugola, sfilano tra i denti e tramite la radio vengono sparate nello spazio buio.
Fff...
Cazzo, quest'aggeggio è un trabiccolo; per farlo funzionare ci vuole l'intelligenza di un pollo, eppure si riesce a sbagliare.
Ehm...
Ciao, ciao a tutti!
Ora mi presento. Sono Andros 81004, controllore di bordo del cargo Beta 700200 HCF, appartenente alla compagnia Tetrax Spazio Trasporti s.n.c., persosi nel lontano territorio delle Gole Nere, su un dinamitico satellite del pianeta che ho battezzato Luna Blu, fuori dai sistemi stellari riconosciuti, fuori da ogni segnale percepibile, in altre parole: in culo al mondo!
Sopravvissuti all'atterraggio di fortuna: io.
Gli altri tre componenti dell'equipaggio sono morti durante l'impatto, già impacchettati nelle apposite capsule Preservit, tremila anni di mantenimento sopracutaneo garantito, nonostante qualche scricchiolio della carcassa e magari una floscezza innaturale nella posa.
Se soltanto ci penso ho i brividi... Non ho letto tutte le istruzioni, ma, cazzo! quelli dureranno più di me! 
E quando mai andrò a ficcarmi dentro a quel sarcofago di merda!
Non ho neanche la voglia di guardarli.
Pensavo che sentendomi solo, dopo un po', avrei avuto voglia di fissarli, magari di scambiarci due chiacchiere, perché no?
Si può impazzire, sapete?
Ci sono scorte di cibo per almeno centoventi anni,  cibo ben impacchettato, che quando si apre diventa fumante e i cui colori si fanno vividi, come 'sane porzioni di manicaretti appena preparati' recita la pubblicità. 
E magari sono stati preparati prima che io nascessi. 
I germi, i batteri, i vermi, con loro non hanno la meglio, non riescono a vincere.
Con me invece non accadrà.
Ah ah ah!
La mia carcassa marcirà imbrattando di vermi, liquidi puteolenti e gas, le squallide pareti asettiche di questo cargo, che poi non è più un cargo oramai, ma una casa, sigillata come una tomba, una tomba il cui silenzio ferisce le orecchie.
Sono qui e penso.
Ma se penso non vivo più in questa situazione, sopravvivo soltanto.
Parlo e respiro. 
Automatico, no?
L'ossigeno fa il suo corso, si inala, va al cervello e tutto questo incredibile meccanismo biologico segue il suo corso. 
Indifferente.
L'elettricità la risparmio. Quella sì!
Il generatore è un po' malandato.
Fuori è tutto buio, ho spento i puntatori.
Ma a volte, improvvisa e inaspettata, c'è un'eruzione del vulcano 07, non lontano da qui.
07 perché finora ne ho contati otto nella valle dove s'è accasciato questo catorcio, soltanto otto davanti alla mia visuale; ce ne deve essere un numero impressionante su questo satellite feccioso!
Le eruzioni, oltre ad avvelenare l'aria fetida che c'è là fuori, emettono incredibili quantità di luce rosso fuoco; per degli attimi splendidi questa luce incandescente illumina l'orizzonte, lo riempie di anfratti, picchi, valli e profili taglienti, il cielo si fa bellissimo... e il cuore mi gongola.

E così, cari amici miei, rimango seduto sulla poltrona nera dei comandi. Tutte le lucette sono spente e l'unico rumore che riempie la stanza non è la mia voce, che tra l'altro ormai non sento più (a volte ho dei dubbi, e non so se sto parlando oppure pensando), ma sono i miei stessi pensieri. 
Sono loro a far rumore. 
Gracchiano, raspano, annaspano, a volte gridano pur di venire alla luce.
Ho passato una vita a correre, operare, lavorare, volare, partire, ritornare.
Ora non ho più nulla da fare. 
Sono qui, unico obbligo rispetto al futuro: morire.
Ma ho trent'anni e come pilota di cargo godo di un'ottima salute. Trasportavamo scorie radioattive e i controlli medici sono molto severi per noi piloti. 
Un carico radioattivo... e chissà se una fuga di materiale dalla stiva potrebbe fecondare questo mondo ancora più velenoso della radioattività!
Il fatto certo è che mi ci vorranno ancora anni e anni prima di invecchiare, e poi ancora anni di agonia prima di morire.

E poi... e poi c'è lei.
Quando mi sembra di impazzire e vorrei trovare la forza di ammazzarmi... La mia croce.
Arriva quando perdo la cognizione del tempo, quando magari ho dormito ore e mi sembra sia passato poco meno di un minuto.
In quei momenti arriva lei.

Quando la mia vita scorreva normale, quando ti vedevo in carne e ossa e ti parlavo, sentivo il tuo odore e ti vedevo emozionarti ai miei gesti, allora eri sempre sfuggente e ritrosa!
Una parola, uno sguardo ambiguo e poi sparivi. 
Mi hai scavato dentro un senso di vuoto che non ho più saputo colmare, hai spazzato via ogni altro desiderio possibile e poi te ne sei sempre andata.
Di fretta, bella, indaffarata, con la tua vita così lontana dalla mia.
Ora mi guardi intrigante, e ogni volta ridi dei miei stupidi tentativi di farla finita.
Le tue labbra tese sembrano dirmi: 
"Fattene una ragione, qui non ci manca nulla! Siamo io e te, al diavolo quel mondo pieno di porcherie che continua a vorticare senza senso!"
Già.
Fuori dalle rotte possibili, in un mare di magma verde... Io e te.
A volte ti strozzerei quando sembri gongolarti in questa situazione di merda! Ma le mie mani si avventano sul nulla e stringono soltanto la mia disperazione.
Quando sei sui miei fianchi invece, come ti dimeni, come sei vera, saporosa, sudata, tremendamente reale!
Ma poi sparisci di nuovo e mi lasci in questa terribile solitudine.
Come adesso...
Parlo da solo alla radio, oramai non mando più neanche S.O.S o appelli.
Sono qui e basta.
Solo. 
Infinitamente solo.
Per sempre.

Cosa fai lì?
Dico, ma sei pazza?! 
Mi fissi e come al solito non parli, oltre il vetro, e mi fai tutti quei cenni...
Là fuori c'è l'inferno, nessuna tuta può reggere l'atmosfera acida e marcia che c'è lì.
E io sto bene di testa, non l'ho mica dimenticato!
Senza maschera, senza tuta... seminuda per giunta!
Quanto sei pazza! 
Eppure a guardarti sembra facile, ci si potrebbe quasi provare!
Sei impaziente, eh?
Ti manco, vero?
Ma allora dov'eri finita?!
Mi sei mancata da andare fuori di testa!
Non reggerei ad altre ore senza di te, in questo minuscolo cargo perso nell'infinito!
Sai cosa ti dico? 
Adesso arrivo!
Sembra facile.
Molto facile!
Aprirò quel maledetto portellone che mi sigilla da più di un anno e finalmente ne parleremo.
Di me e di te!
E della nostra vita insieme!
Non voglio più rimandare!
E' arrivato il momento, amore, non posso più aspettare.
E tu, mi raccomando, non ti muovere, non scappare coma al solito!
Dobbiamo parlare.
Dobbiamo mettere un punto a tutta questa storia!
Se sei arrivata fin qui, ci sarà un motivo, no?
E allora parliamone! 
Eccomi! 
Sto arrivando!
Non ti muovere, ancora un attimo e sarò lì!
Amore mio!
Arrivo!


Fff...





domenica 7 ottobre 2012

Ego cannibale

EGO CANNIBALE


La costruzione di un racconto: 10.000 battute compresi gli spazi e un concorso (Donne che fanno testo - Il Messaggero).

Ego Cannibale

di 

Nuela Celli



Si svegliò alle sei di mattina sentendo che le mancava l’aria e il pensiero scivolò sempre lì, ossessivo. Di colpo smise di lottare contro se stessa, ormai stava perdendo l’autocontrollo ed era la prima volta che le accadeva.
Ripensò alla sua pancia pronunciata, pingue, dalla pelle chiara e tesa con i peli radi. E poi alla sua leggera calvizie. I capelli morbidi e castani che si miniaturizzavano facendo intravedere una chiazza più chiara sulla sommità della testa. Ripensò a lui che le ansimava addosso, che la baciava con foga selvaggia nonostante la sua aria sempre un po’ flemmatica. Come era potuto accadere non se lo spiegava, ma certe conclusioni assurde si possono capire solo dipanando la serie imprevista di avvenimenti che l’hanno precedute.
C’era stata quella lontana cena a marzo. Una decina di amici stretti, lei in tubino nero che aveva appena letto il libro di Savage e ne parlava con entusiasmo. Lui che era apparso tra gli altri, avvocati e dottori, come qualcosa di bizzarro, o quanto meno di anomalo, perché amico d’infanzia di qualcuno. Con un jeans liso, in ritardo come si sarebbe accorta faceva sempre, di certo per poter dire, scusate le mani vuote ma ero di fretta e non ho avuto tempo!
Bassino, un po’ tarchiato, timido con lei e un po’ riverente, la guardava come fosse una dea mentre parlava del libro che aveva appena letto. Lei ci aveva riso su, e non l’aveva considerato più di tanto. In seguito avevano scoperto che abitavano vicino. Poi era arrivata quella febbre assurda, che per quasi tre settimane l’aveva isolata dal mondo, relegandola per la maggior parte del tempo in uno stato confusionale. All’inizio era stato un momento di debolezza, aveva risposto ad alcuni suoi messaggi, non più che con dei monosillabi date le sue condizioni, e lui si era offerto di passare a trovarla, magari per farle una minestrina. Lo stordimento l’aveva fatta cedere e Marco si era materializzato nel suo nuovo appartamento. Dal momento che in quel periodo era disoccupato e aveva molto tempo libero, le aveva fatto compagnia in quelle lunghe giornate con la scusa di prepararle un tè o di portarle la spesa.
Sapeva di essere stata una specie di ossessione per lui, di averlo colpito dalla prima sera, forse per via di quello stupido libro che le era piaciuto, e di averlo rapito con i suoi silenzi durante la febbre, con le sue espressioni trasognate e quel languore tipico delle lunghe malattie. Lo aveva visto vegliarla parlando di politica, di poesia e di arte. Cose che lei neanche ascoltava, ma che la incantavano per il tono di voce che usava, pacato e rassicurante.
Si alzò dal letto e passando davanti allo specchio si diede uno sguardo. Era proprio bella, al bando la falsa modestia! E il suo appartamento era bello rincarò, anche perché le era costato una fortuna! E il suo lavoro era un bel lavoro, ottenuto dopo anni di studio e fior fiori di master! Poteva scegliersi in pratica qualsiasi partito! E invece cosa faceva, stava lì a perdere il sonno e l’appetito per un rospo disoccupato, un perdente!
Eppure non poteva farne a meno, lo capì chiaramente quella mattina, era con le spalle al muro!
Verso le dieci infatti lo chiamò, poco prima di uscire. Ma Marco non le rispose. E lo immaginò, con il sangue che le ribolliva, sudaticcio, molle, ancora addormentato nel suo lettino adolescenziale, con la madre che lo ospitava grassa e flaccida in giro per casa, in una casa popolare, sempre puzzolente di cucina, dai mobili anni sessanta che sapevano di stantio, con un piccolo balcone strapieno di piante ammassate che lui giudicava il suo ‘angolo di pace’, una cosa ridicola se non fosse che le faceva tenerezza.
Lo odiò con tutte le sue forze, l’avrebbe soffocato con un cuscino mentre ronfava su quel ridicolo lettino circondato da pareti grigie e mangiate dalla muffa, su cui si appoggiavano centinai di libri che nella sua vita inconcludente aveva tutto il tempo di leggere!
Ma perché non riusciva a farle davvero schifo? Perché quegli occhi chiari e intelligenti le mancavano così tanto? Perché le mancava il respiro se pensava che non l’avrebbe più visto guardarla adorante come aveva fatto per settimane, prima che iniziasse a lanciarle degli sguardi di traverso, duri e distaccati?
Finita la febbre avevano preso a frequentarsi in comitiva. E proprio quando lei aveva cercato sempre più insistentemente le sue attenzioni, nonostante se ne vergognasse e lo facesse di nascosto (sapeva che le sue amiche lo trovavano ridicolo oltre che repellente), lui si era via via distaccato, e più lei tornava al suo solito pragmatismo, più lui sembrava sfuggirle. E ogni tanto accadeva che le arrivasse come una frecciata uno dei suoi sguardi penetranti. Sembrava giudicare qualsiasi cosa dicesse!
Elena arrivò in spiaggia verso le undici di mattina, già spossata, e trovò lì le sue amiche. Decise di rilassarsi prendendo un po’ di sole, ma stesa sul lettino si sentiva elettrica. Non ne avrebbe mai fatto parola con loro. Sarebbero rimaste scioccate, e non avrebbero compreso l’enorme estensione sotterranea delle radici che quel sentimento aveva piantato, come un’erbaccia testarda e prolifera.
Ma il nervosismo era epidermico. Urlò quasi nel controbattere a Bea che con la sua voce stridula da bambina scema sparava opinioni a cazzo, cosa che faceva spesso e per la quale stentava a sopportarla, ma che mai come quella mattina le aveva dato fastidio. Avrebbe strillato per il cicaleccio delle sue amiche, per il caldo, per la brezza che ogni tanto alzava la sabbia che le si incollava addosso.
Ad un tratto si alzò snervata e prese il telefono. Lo chiamò nuovamente. Nulla. Poi di nuovo. Nulla.
Quindi altre due, tre, quattro volte. Al decimo tentativo andò fuori di sé, lo vide ridacchiare all’idea di ignorarla. Le salì il sangue al cervello. Le lacrime le arrivarono agli occhi e fece una gran fatica a ricacciarle giù per l’orgoglio. Il suo disprezzo per quell’uomo le rendeva inaccettabile la presa di coscienza che era seguita a quella lunga nottata insonne, e cioè che lei lo amava e lui no! Quasi sgranò i denti nell’ammettere che si era innamorata di un perfetto fallito, il quale a sua volta si era innamorato di lei per un lato del suo carattere che aveva equivocato, e che ora passava il tempo a disprezzarla e ad ignorarla mentre lei, nel bene e nel male, non ne poteva più fare a meno, e per questo si odiava!
Si levò dal lettino furente, si rivestì e salutò con un sorriso tirato le sue amiche, quindi si diresse con determinazione alla macchina. E si decise. Aveva finto distacco e superiorità finché era stato umanamente possibile, per paura del ridicolo. Ora sentì una grande liberazione dentro di sé e decise di scoprire le carte!
Dopo un quarto d’ora, sudata e con il volto teso, si trovò ad attaccare il dito al campanello dell’appartamento di Marco. La voce sguaiata e biascicante della madre chiese chi fosse. A lei si rialzò lo stomaco all’idea di dover parlare con quella donna sciatta e sempre sudata, nonostante ciò le chiese di Marco e la donna le disse che si era appena svegliato al che Elena tagliò corto con – salgo!
Aveva un’espressione distaccata e la guardava non fingendo neanche curiosità per le motivazioni che l’avevano spinta fin lì, fremente e sudata. Dopo essersi vestito con calma, nella sua cameretta che puzzava di polvere nel disordine debordante, si sedette sul letto e le disse, cercando di trovare le parole più giuste possibili, che quello che c’era stato tra di loro era qualcosa che non poteva funzionare, perché loro due erano terribilmente diversi, e la guardò serio, anche un po’ dispiaciuto, cosa che mandò fuori di testa Elena. Al che lei se ne uscì con una risata isterica e disse che certo che erano diversi, bastava guardarsi intorno in quel buco maleodorante di fritto già alle dieci del mattino per capirlo! e lo fece sventolando il braccio sinistro con il suo orologio Bulgari.
Era stato lui ad insinuarsi nella sua vita e doveva ritenersi miracolato che una come lei fosse lì!
Proprio con lui! A quelle parole Marco scattò su, la prese con forza per le braccia e la fece cadere sul letto e in men che non si dica le fu sopra.
Lucien Freud

Fecero l’amore in modo selvaggio.
Quando lui si staccò, dopo averci messo una foga che Elena conosceva bene e di cui era diventata totalmente dipendente, si alzò dal letto con aria seria e determinata, e le disse di avere un impegno importante.
Elena non riuscì a stargli dietro e lui dopo essere andato in bagno sgattaiolò oltre il portone di casa. Lei uscì dalla stanza accaldata e in disordine cercando di non farsi vedere dalla mamma di Marco, che si trascinava in balcone con una scopa. Tornò a casa per farsi una doccia, mortificata, schifata dall’ambiente di cui si sentiva ancora l’odore addosso, eppure con un solo pensiero fisso in testa. Quando sarebbe successo ancora, quando avrebbe potuto baciarlo di nuovo e sentirlo sudato addosso a sé nonostante lo disprezzasse tanto!
Passarono due settimane di nulla da quella mattina, di silenzio ostinato e ripetuto, di indifferenza totale. Ed Elena passò le due settimane più frustranti ed asteniche della sua vita. Soffriva come un animale e soffriva ancora di più nel pensare a cosa o meglio a chi scatenava quella sofferenza.
Provava una profonda vergogna per i propri sentimenti e cercò di nascondere a tutti l’avvilente consapevolezza che aveva maturato, nonostante qualcuno sembrasse aver captato qualcosa, tanto che persino Bea, da oca qual era, le fece una battuta velenosa sul suo nervosismo che sembrava combaciare con l’assenza dell’orso Yoghi…come si divertiva a chiamare Marco.
Ma un giorno quel silenzio le divenne totalmente insopportabile e decise di braccarlo. Così si ritrovò un venerdì sera a passare sotto il suo condominio e, vedendo la luce della sua camera accesa, ad inchiodare, parcheggiando alla bella e meglio, ad attaccarsi al campanello e a chiedere alla madre di aprirle –era un’amica di Marco ed era urgente! A prendere l’ascensore fremendo e ad uscirne di corsa, per poi fiondarsi verso il portone quasi travolgendo la molle signora Spaccasassi. A sorpassarla ignorando il suo tanfo di sudore per arrivare alla porta della cameretta e a spalancarla senza neanche bussare.
Se era finita doveva dirglielo guardandola negli occhi!
E lo vide. Il suo segreto, l’uomo di cui si era tanto vergognata era lì, sudato e ansante. Ridicolo, con le chiappe pelose e lucide sopra due cosce aperte e abbronzate. Due cosce levigate che riconobbe al volo. E da sotto la sua faccia ansante che se la rideva, vide gli occhi sgranati di Bea che la fissavano, sorpresi ma sottilmente soddisfatti, anche lei sull’orlo di farsi una grassa risata.