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mercoledì 11 marzo 2015

Tentazioni




Sparo nel vuoto.
Fff...un'emissione di onde sonore nel nulla che mi attornia, onde che partono dalla mia voce, che oltrepassano l'ugola, sfilano tra i denti e tramite la radio vengono sparate nello spazio buio.
Fff...
Cazzo, quest'aggeggio è un trabiccolo; per farlo funzionare ci vuole l'intelligenza di un pollo, eppure si riesce a sbagliare.
Ehm...
Ciao, ciao a tutti!
Ora mi presento. Sono Andros 81004, controllore di bordo del cargo Beta 700200 HCF, appartenente alla compagnia Tetrax Spazio Trasporti s.n.c., persosi nel lontano territorio delle Gole Nere, su un dinamitico satellite del pianeta che ho battezzato Luna Blu, fuori dai sistemi stellari riconosciuti, fuori da ogni segnale percepibile, in altre parole: in culo al mondo!
Sopravvissuti all'atterraggio di fortuna: io.
Gli altri tre componenti dell'equipaggio sono morti durante l'impatto, già impacchettati nelle apposite capsule Preservit, tremila anni di mantenimento sopracutaneo garantito, nonostante qualche scricchiolio della carcassa e magari una floscezza innaturale nella posa.
Se soltanto ci penso ho i brividi... Non ho letto tutte le istruzioni, ma, cazzo! quelli dureranno più di me! 
E quando mai andrò a ficcarmi dentro a quel sarcofago di merda!
Non ho neanche la voglia di guardarli.
Pensavo che sentendomi solo, dopo un po', avrei avuto voglia di fissarli, magari di scambiarci due chiacchiere, perché no?
Si può impazzire, sapete?
Ci sono scorte di cibo per almeno centoventi anni,  cibo ben impacchettato, che quando si apre diventa fumante e i cui colori si fanno vividi, come 'sane porzioni di manicaretti appena preparati' recita la pubblicità. 
E magari sono stati preparati prima che io nascessi. 
I germi, i batteri, i vermi, con loro non hanno la meglio, non riescono a vincere.
Con me invece non accadrà.
Ah ah ah!
La mia carcassa marcirà imbrattando di vermi, liquidi puteolenti e gas, le squallide pareti asettiche di questo cargo, che poi non è più un cargo oramai, ma una casa, sigillata come una tomba, una tomba il cui silenzio ferisce le orecchie.
Sono qui e penso.
Ma se penso non vivo più in questa situazione, sopravvivo soltanto.
Parlo e respiro. 
Automatico, no?
L'ossigeno fa il suo corso, si inala, va al cervello e tutto questo incredibile meccanismo biologico segue il suo corso. 
Indifferente.
L'elettricità la risparmio. Quella sì!
Il generatore è un po' malandato.
Fuori è tutto buio, ho spento i puntatori.
Ma a volte, improvvisa e inaspettata, c'è un'eruzione del vulcano 07, non lontano da qui.
07 perché finora ne ho contati otto nella valle dove s'è accasciato questo catorcio, soltanto otto davanti alla mia visuale; ce ne deve essere un numero impressionante su questo satellite feccioso!
Le eruzioni, oltre ad avvelenare l'aria fetida che c'è là fuori, emettono incredibili quantità di luce rosso fuoco; per degli attimi splendidi questa luce incandescente illumina l'orizzonte, lo riempie di anfratti, picchi, valli e profili taglienti, il cielo si fa bellissimo... e il cuore mi gongola.

E così, cari amici miei, rimango seduto sulla poltrona nera dei comandi. Tutte le lucette sono spente e l'unico rumore che riempie la stanza non è la mia voce, che tra l'altro ormai non sento più (a volte ho dei dubbi, e non so se sto parlando oppure pensando), ma sono i miei stessi pensieri. 
Sono loro a far rumore. 
Gracchiano, raspano, annaspano, a volte gridano pur di venire alla luce.
Ho passato una vita a correre, operare, lavorare, volare, partire, ritornare.
Ora non ho più nulla da fare. 
Sono qui, unico obbligo rispetto al futuro: morire.
Ma ho trent'anni e come pilota di cargo godo di un'ottima salute. Trasportavamo scorie radioattive e i controlli medici sono molto severi per noi piloti. 
Un carico radioattivo... e chissà se una fuga di materiale dalla stiva potrebbe fecondare questo mondo ancora più velenoso della radioattività!
Il fatto certo è che mi ci vorranno ancora anni e anni prima di invecchiare, e poi ancora anni di agonia prima di morire.

E poi... e poi c'è lei.
Quando mi sembra di impazzire e vorrei trovare la forza di ammazzarmi... La mia croce.
Arriva quando perdo la cognizione del tempo, quando magari ho dormito ore e mi sembra sia passato poco meno di un minuto.
In quei momenti arriva lei.

Quando la mia vita scorreva normale, quando ti vedevo in carne e ossa e ti parlavo, sentivo il tuo odore e ti vedevo emozionarti ai miei gesti, allora eri sempre sfuggente e ritrosa!
Una parola, uno sguardo ambiguo e poi sparivi. 
Mi hai scavato dentro un senso di vuoto che non ho più saputo colmare, hai spazzato via ogni altro desiderio possibile e poi te ne sei sempre andata.
Di fretta, bella, indaffarata, con la tua vita così lontana dalla mia.
Ora mi guardi intrigante, e ogni volta ridi dei miei stupidi tentativi di farla finita.
Le tue labbra tese sembrano dirmi: 
"Fattene una ragione, qui non ci manca nulla! Siamo io e te, al diavolo quel mondo pieno di porcherie che continua a vorticare senza senso!"
Già.
Fuori dalle rotte possibili, in un mare di magma verde... Io e te.
A volte ti strozzerei quando sembri gongolarti in questa situazione di merda! Ma le mie mani si avventano sul nulla e stringono soltanto la mia disperazione.
Quando sei sui miei fianchi invece, come ti dimeni, come sei vera, saporosa, sudata, tremendamente reale!
Ma poi sparisci di nuovo e mi lasci in questa terribile solitudine.
Come adesso...
Parlo da solo alla radio, oramai non mando più neanche S.O.S o appelli.
Sono qui e basta.
Solo. 
Infinitamente solo.
Per sempre.

Cosa fai lì?
Dico, ma sei pazza?! 
Mi fissi e come al solito non parli, oltre il vetro, e mi fai tutti quei cenni...
Là fuori c'è l'inferno, nessuna tuta può reggere l'atmosfera acida e marcia che c'è lì.
E io sto bene di testa, non l'ho mica dimenticato!
Senza maschera, senza tuta... seminuda per giunta!
Quanto sei pazza! 
Eppure a guardarti sembra facile, ci si potrebbe quasi provare!
Sei impaziente, eh?
Ti manco, vero?
Ma allora dov'eri finita?!
Mi sei mancata da andare fuori di testa!
Non reggerei ad altre ore senza di te, in questo minuscolo cargo perso nell'infinito!
Sai cosa ti dico? 
Adesso arrivo!
Sembra facile.
Molto facile!
Aprirò quel maledetto portellone che mi sigilla da più di un anno e finalmente ne parleremo.
Di me e di te!
E della nostra vita insieme!
Non voglio più rimandare!
E' arrivato il momento, amore, non posso più aspettare.
E tu, mi raccomando, non ti muovere, non scappare coma al solito!
Dobbiamo parlare.
Dobbiamo mettere un punto a tutta questa storia!
Se sei arrivata fin qui, ci sarà un motivo, no?
E allora parliamone! 
Eccomi! 
Sto arrivando!
Non ti muovere, ancora un attimo e sarò lì!
Amore mio!
Arrivo!


Fff...





mercoledì 2 luglio 2014

Come scrivere un libro




Come scrivere un libro

Come si scrive un libro?
Cioè, un libro inteso in quanto romanzo compiuto di una certa estensione e coerenza narrativa, quindi escludendo da tale domanda diari, raccolte di racconti e articoli o saggi.
In merito, ho una risposta personalissima.

Voglio precisare che a questa domanda rispondono molti decaloghi facilmente consultabili online o corsi legati a scuole di scrittura in cui si trovano tracce e regole da seguire molto esatte ed esaustive. Percorsi di scrittura che hanno una coerenza e dovizia tecnico-pratica a volte notevoli.
Non è il mio caso. La risposta che intendo dare qui, infatti, è una risposta di tipo personalissimo, quindi un po’ caotica a tratti, istintiva, senza un metodo preciso se non quello dettato dalla mia particolare creatività. Però è un esempio, tra i tanti, di come un percorso narrativo possa prendere vita, ed è un esempio vero.  
Naturalmente per rispondere a una domanda del genere ho dovuto compiere tutto il percorso che di solito precede la nascita di un romanzo.

Cioè, dapprima mi sono innamorata della letteratura e della parola scritta, con tutta la loro forza evocativa, poi ho letto e mi sono legata a molti libri di cui ho più o meno invidiato gli autori, divenuti a loro volta delle presenze costanti nella mia vita emotiva.

Quindi ho iniziato a scribacchiare un presunto romanzo di fantascienza già dalla seconda elementare, incompiuto e incasinatissimo, continuando i miei tentativi maldestri, in sequenza, con un romanzo storico-fantastico e un polpettone sentimentale pieno zeppo di protagonisti ricchi e dai roboanti nomi anglosassoni, per proseguire con una storia di duecento pagine illeggibili e scialbe dalle tinte horror e alcuni racconti liceali tanto imbarazzanti quanto impacciati.

Ripensando ai miei esordi, se devo essere franca, mi chiedo perché non ho smesso.
Con l’inestinguibile esigenza di scrivere sopravvissuta alla sciatteria e all’orrore degli esordi, alla fine ho capito, io che sono un’istintiva e una frettolosa, che dovevo venire a patti con due ingredienti imprescindibili della genesi letteraria: la tecnica e la verità.
O anche la verità e la tecnica, nel senso che sono due elementi del tutto paritetici.
La tecnica intesa sia come cura del corpo narrativo (proporzioni, tematiche, filo logico) che come attenzione allo stile linguistico (lessico curato, metafore originali, scelte logico-sintattiche mirate, ecc.).

Diciamo che per anni avevo scritto sulla scia del ‘primitivismo’ più spontaneo, creando un mix tra il mio parlato piuttosto crudo (è un eufemismo) e lo stile dei classici che incontravo negli studi liceali. Una lingua dalle contraddizioni inconciliabili. Un autore invece deve avere sempre presente, oltre le regole base della lingua in cui si esprime, l’esatto registro stilistico che vuole adottare, e che deve saper utilizzare con consapevolezza e perizia, intendendo con questo una vasta pratica e un meticoloso lavoro di autocritica.

Nei contenuti invece preferivo divagare dalla realtà e rifugiarmi nel mondo della fantasia più illimitata e rassicurante, creando così delle trame vacue e sciacquate con la varichina, eliminando in questo modo l’altro elemento fondamentale di un’opera narrativa: la verità.

Se non ci si mette a nudo, infatti, e non si mette un po’ del proprio sangue in quel che si scrive, è meglio rinunciare già da subito. Se si scrive di ciò che non si è vissuto e di pensieri che non ci angosciano sin dalla più tenera età, non si può essere convincenti.

La verità e la realtà in cui è calato ogni autore sono fattori di cui non si può fare a meno.
Se si vuole scrivere e convincere bisogna spogliarsi un po’ e immergersi nel proprio pozzo interiore. Chi scrive mette in scena dei drammi che nella sua testa si sono svolti milioni di volte, e sciacalla volti, gesti, storie di vita, parole, espressioni e luoghi dal proprio vissuto.

Se ci si mette di fronte a una pagina bianca con l’intenzione di scrivere di un posto favoloso, in un mondo diverso da tutto ciò che è familiare, con dei personaggi che non assomigliano a nessuno che si è conosciuto, il risultato sarà evidentemente falso e piatto.
Non c’è possibilità che non sia così.

Anche i libri fantasy più immaginifici, presentano comunque brani di realtà che si potrebbero applicare a delle situazioni reali. Anzi, forse proprio in quello risiede la loro forza, nell’essere ‘brani di vita reale’ inseriti in contesti fantastici.
Quindi, ricapitolando: stile e verità.
Queste sono le due basi fondanti, la calce e i mattoni per costruire una casa.

Poste le basi, si sa, un romanzo nasce anche da altro e una volta che si è deciso di scriverlo, bisogna studiare bene l’approccio a quello che sarà un percorso lungo, a tratti spossante, che comporterà soste, dubbi, momenti di sconforto e di esaltazione.
Un romanzo, infatti, è un corpo unico, è una narrazione che deve essere imbevuta di un mood persistente, di un approccio descrittivo e narrativo coerente. Non si può di certo iniziare a scrivere una vicenda con piglio ironico per poi deviare nel drammatico e continuare con un tono distaccato, tanto per fare un esempio.

Il senso di tutta una storia si dovrebbe evincere già dal primo capitolo, così come la sua atmosfera persistente e il lato che s’indagherà maggiormente sia dei personaggi che dello spaccato di vita in cui essi sono inseriti.

Iniziando a scrivere bisogna avere ben presente oltre che una traccia, che spesso si può dipanare strada facendo, anche e soprattutto un lato della realtà, della nostra realtà e di conseguenza di quella che ci circonda, di cui si vuole parlare e che si vuole rappresentare, con un taglio emotivo ben preciso.

Quest’ultimo spesso nasce da eventi che sono accaduti nella nostra vita e che la mente ha rielaborato in modo  unico e personale, per via del profondo impatto emotivo che hanno avuto su du noi.
Il tutto si può innescare con una scena che incontriamo per caso mentre camminiamo affaccendati, o con una battuta che qualcuno ci rivolge inconsapevole, o con un paesaggio, che ci evoca lontani scenari e sensazioni che hanno avviluppato dei segmenti del nostro passato.

A volte per sbrogliare il nodo emotivo che non ci fa scordare avvenimenti e persone, si sente il bisogno di scriverne, per distaccarci da qualcosa che inizia a vivere dentro di noi in modo sempre più ingombrante, quasi acquistando vita propria. Anche le paure più forti, una volta imbrigliate in una storia e rese leggibili al resto del mondo, sembrano più  superabili e gestibili, e non solo a noi, ma anche al lettore che vi si ritrova e che vi s’immedesima. Insomma, il famoso potere catartico della scrittura, di cui tanto si parla.

Un romanzo, infatti, è un brano di vita, più o meno esteso, che si è a lungo masticato nel proprio inconscio, pronto a riemergere come un sommergibile in una fase cosciente in cui lo scrittore, per sua stessa deformazione, inizierà a intessere di scene e particolari più o meno veritieri i vari stralci di vissuto e immaginazione che lo compongono.

Il collante principale che permette di tessere la trama e la forma stilistico-linguistica della storia che ne nasce è la sensazione predominante che i ricordi trasmettono a chi li vive. Un rigurgito di passato ha sempre un sapore sopra agli altri, un’impressione persistente, un gusto che lascia la bocca amara, dolce, serrata o aperta in un sorriso.

C’è sempre un sentimento che domina lo sguardo dell’autore mentre racconta degli avvenimenti, e una sensazione più forte delle altre che lo pervade.
Da questo mood e dalla sua forza nasce il giusto incipit di un romanzo. Leggevo un’intervista ad Alessandro Piperno, che io trovo davvero bravo, in cui diceva due cose molto importanti. La prima è che per pubblicare e avere successo c’è bisogno innanzitutto di una rete di relazioni. Cioè, non prendiamoci per i fondelli, il passaparola, l’amico dell’amico e la mondanità, aiutano eccome!

Non credo che ci sia ancora qualcuno disposto a credere che un editor Mondadori o Rizzoli prenda i manoscritti dalla posta e si li metta a leggere pieno di speranze e disponibilità. La seconda, Piperno docet, è che c’è assoluto bisogno di un incipit fulminante, che colpisca l’editor sin da subito, soprattutto conoscendo la mole immane di manoscritti che di solito questo deve vagliare e che spesso legge anche contemporaneamente, in modo che rimanga allibito, stupito, incuriosito e soprattutto invogliato a continuare la lettura già dalle prime pagine.

Un incipit folgorante nasce proprio dal giusto taglio emotivo. Dalla sensazione dominante, dallo spirito del romanzo portato al suo parossismo. Da subito l’autore deve dire: ecco quello che provavo quando pensavo di scrivere questo romanzo e voglio che lo provi anche tu, così saprai che sapore avrà il resto del viaggio.
Mai iniziare con un incipit forte e convincente però, il cui mood non abbia attinenza con il seguito. Un inizio divertente per un libro serio, giusto per fare un esempio, o incalzante per un libro pacato. A me personalmente saprebbe di truffa e di raggiro del lettore, e non la prenderei bene.
Penserei a una volontà furbastra e nella migliore delle ipotesi a un’incapacità letteraria.

Quindi, come primo step da percorrere per la scrittura di un romanzo convincente, una volta affinato uno stile personale, e una volta deciso di aprirsi del tutto, non lasciando alcuna porta chiusa dentro di sé, c’è l’attesa del giusto impatto emotivo, del sentimento e della sensazione con i quali ci si vuole immergere nella propria fucina creativa.
Magari sono anni che abbiamo una storia da raccontare o dei personaggi da far vivere, eppure ci manca quella specifica pressione al petto, quello struggimento particolare, quella lontana nostalgia che possano dare inizio al tutto. E a farle scattare può essere qualsiasi cosa, come la semplice lettura di un articolo su Pablo Neruda, per fare un esempio…




Ed ecco che buttiamo giù uno schizzo veloce, alcune frasi scritte con urgenza, grafia stentata e la frenesia interiore di catturare una scena, uno sguardo o un paesaggio che già sappiamo essere legati a molto altro. Una volta cristallizzati questi piccoli stralci di suggestione avremo in mano la chiave per aprire un mondo intero, quello che la nostra vita, le sue impressioni, e la creatività che ci spinge a scrivere, sapranno far apparire quasi esistesse da sempre.
Questo è solo il primo step di un percorso molto 
lungo, certo. Subito dopo infatti converrà affrettarsi verso il secondo… 

lunedì 12 agosto 2013

Come presentare un libro...

 
Se lo vuoi...



Ieri sono andata alla presentazione di un libro, si trattava di un autore non ancora famoso e naturalmente non ne farò il nome, non fosse per evitare rotture di scatole.

Mentre lo ascoltavo attenta mi sono messa a riflettere sul fatto che ognuno di noi, sin da bambino, si è più volte interrogato sulla tattica migliore per uscire dal mucchio e fare la differenza in determinate situazioni, chiedendomi se lo scrittore in questione ci stesse riuscendo. Fortunatamente per il mio equilibrio psichico è stata ed è una necessità che avverto solo a fasi alterne e per scopi specifici, amando anche mettermi da parte per ascoltare gli altri. Un atteggiamento tra l’altro che ieri ho adottato con molta predisposizione, potendo così osservare con calma la tecnica auto promozionale dell’aspirante scrittore di successo.

E mentre lo ascoltavo dissertare con l’aria un po’ trasognata e con un certo distacco, mi sono chiesta, a fronte delle molte presentazioni di libri cui ho assistito, quale fosse l’approccio più giusto per uscire dal coro e fare la differenza, cioè quale fosse la tecnica comunicativa che mi avesse catturato e arricchito di più tra le tante osservate.

Ci riflettevo mentre l'autore, in una location splendida, con vista sul mare direttamente dai meandri di un caratteristico borgo medievale, parlava guardando tutti e nessuno, con la testa un po’ reclinata, facendo spallucce quasi si raccontasse a un amico, sigaretta rullata in una mano e birra pronta accanto alla seggiola, i capelli spettinati, maglia nera su jeans nero, molto hipster del tipo ‘vivo a Bologna ma torno in provincia per raccontarmi’, e mi chiedevo: è questo l'atteggiamento giusto?

L’ho ascoltato concentrata sulla mimica e sulle parole utilizzate, e alla fine ho dovuto realizzare che non mi aveva stimolato proprio per niente a comprarne il libro (16 euro alla fine, mica uno scherzo!) e mi sono chiesta in cosa avesse sbagliato nel suo modo di proporsi.

Partendo dal fatto che come mi informò un organizzatore seriale di presentazioni letterarie, ogni dieci persone presenti una, di norma, acquista il libro, e questa è la statistica, e che il pubblico è sempre più sparuto, ridotto e disinteressato, mi sono domandata: cosa si potrebbe dire o fare per indurre gli ormai rari interessati ad ascoltare uno scrittore dal vivo e a comprarne la fatica letteraria spendendo i pochi euro a disposizione per beni velleitari ?

Certo, mi sono detta, molto dipende dalla notorietà dello scrittore, ma non è soltanto la fama a fare la differenza. Alla fine parecchio si gioca su un fatto emozionale e sul prodotto di cui si parla.

Da pubblico ho potuto constatare che l’artista un po’ figo e molto distaccato, che ostenta una certa cultura di genere, che ama le citazioni di striscio (non insistite sulla pronuncia del nome, quindi o le capisci al volo oppure non è colpa sua) e che si disinteressa di ciò che pensano gli altri perché il suo modo di esprimersi è unico e non modificabile, non mi ha mai attirato molto nell’acquisto finale. Autoreferenziale lo scrittore, autoreferenziale il libro. Magari mi sono sbagliata, ma ahimè, non lo saprò mai, e infatti ieri ho saltato l’acquisto!

È anche vero che l’atteggiamento esattamente opposto a questo, ovvero, la piacioneria, in passato non mi ha convinto allo stesso modo. Uno scrittore che ti strizza l’occhio, che parla del suo libro dicendo che non ti deluderà e che sarà sicuramente all’altezza delle attese, mi smonta in partenza. Perché se un romanzo non delude nessuno mi viene da pensare che quantomeno sia un prodotto di massa, e che se va bene per tutti non possa andar bene per chi ama leggere più in profondità. La massa si sa, il più delle volte ha gusti banali e scontati. Inoltre, se in un libro c’è del vero l’autore non può essere un felice venditore di se stesso senza dubbi e autocritica, senza quella certa sofferenza interiore e tormento un po’ misantropico che distinguono il vero artista. Ricordiamoci che l’arte della scrittura è un esercizio solitario e mal si adatta esternamente a uno smagliante piazzatore di best seller.

Però, diciamolo, anche lo scrittore con gli occhi socchiusi, l’espressione sofferente e lo sguardo rivolto al pubblico in uno sforzo irrefrenabile di far capire quali profondi sommovimenti interiori lo abbiano portato a creare, mi sembra poco invitante. L’arte più convincente è quella che non rimane schiava dell’individualismo dell’autore, in cui ognuno può riconoscersi, e non soltanto il suo artefice con le proprie personalissime turbe emotive ed esistenziali.

Altro approccio che non gradisco molto è quello tecnico e un po’ distaccato, quello in cui sembra che lo scrittore parli di una macchina con tanto di meccanismi e dinamiche prestabilite, quasi che il romanzo abbia vita propria, i personaggi anche, e che lui ne sia un semplice esecutore che ne disserta in modo descrittivo. No, non comprerei mai il libro se l’autore me ne parlasse in questo modo.

Un’altra modalità ancora che non mi convince e credo non convinca nessuno in realtà, è quella basata sullo sminuire il proprio risultato finale. Quella in cui l’autore sembra stia lì per caso, in cui non si definisce uno scrittore nel vero senso della parola e nella quale la modestia lo porta ad ammettere di aver titubato parecchio prima di buttar giù ciò che pensava e di parlare pubblicamente di una storia che al massimo, aveva pensato di poter raccontare alla mamma o ai fratelli. Quella predisposizione mentale per cui ci si crogiola dicendo di non aver svolto molta ricerca, di scrivere velocemente (un buon libro ha gestazioni lunghe, rare le eccezioni dovute soltanto a dei grandi geni), di non leggere autori affini ma di guardare molti film sulla materia (da evitare assolutamente!) e di fare tutt’altro mestiere. ‘Ok’, mi viene da pensare quando sento cose del genere ‘ho risparmiato per una nuova maglietta!’.

E allora, mi sono chiesta, di tutti quelli che mi possono venire in mente, qual è il tono giusto per promuovere un libro?

Ragionandoci sopra mi sono subito venute in mente alcune stupende interviste di G. Simenon e le dichiarazioni televisive di autori molto conosciuti. Pescando invece tra i ricordi vissuti, ho ripensato a un noto autore di thriller, Jefferey Deaver, mai letto prima tra l’altro, che in un caldissimo pomeriggio di giugno, con la platea sotto il sole falcidiata da un importante evento sportivo, si raccontava con ironia, umiltà e consapevolezza di sé, emozionandoci e tenendoci sul filo nonostante la temperatura proibitiva. Dichiarandosi un ex nerd, che scrivendo non aveva mai emozionato nessuno (è pubblicando e vendendo che si passa dalla nomea di perditempo a quella di mente superiore, come ha ben precisato), raccontava che applicando talento naturale, tempo, tecnica e perfezionismo, aveva raggiunto un successo planetario che si accingeva a conservare con altrettanto talento, tempo, tecnica e perfezionismo faticosissimi. Scrivere è di per sé un’attività divulgativa, una comunicazione tra le più efficaci, e di solito uno scrittore sa cosa dire, anche solo sotto forma di risposte e non di monologo, per incuriosire e far sognare una platea. Sa comunicare la magia della creatività perché ne è irretito lui stesso e la vive costantemente, perché un capolavoro è sempre legato a doppio filo alla personalità da cui nasce. Per cui, gestendosi con ironia tra autobiografismo e tecnica letteraria, Deaver ci ha illustrato la magia della nascita di un libro in un tempo che è sembrato anche troppo breve.

Ecco, pensandoci e ripensandoci, alla fine ho concluso che sia questo uno degli approcci più giusti e convincenti, certo finché non parteciperò a una presentazione in cui mi capiterà di riscontrare un modo ancora più coinvolgente ed efficace. Nel frattempo, mentre mi dedicavo a queste riflessioni, l’evento è volto al termine e curiosa come sempre ho seguito con gli occhi il nostro aspirante autore di successo. Ma in modo prevedibile non ha dato molta soddisfazione al pubblico rimasto in zona e come se il fatto non fosse il suo è sgattaiolato via trafficando con il proprio cellulare. Peccato, ho concluso, di questi tempi in cui ascoltare gli altri è un’attività davvero poco di moda, ha quantomeno perso un’occasione!

venerdì 26 ottobre 2012

Quando nasce un femminicidio?



Quando nasce un femminicidio?

Femminicidio


A prescindere dal fatto che non amo il termine femminicidio, creato tra l’altro  per far capire l’ottica distorta che dà vita a certi crimini, c’è da chiedersi: QUANDO nasce esattamente un femminicidio?
Cioè, la riduzione sia fisica che emotiva delle donne a degli oggetti, perché di questo si tratta, portata alle sue estreme conseguenze, quando mette le radici prima di arrivare ad un gesto così eclatante ed irreparabile? E quante volte invece rimane latente, possibile, in bilico su equilibri familiari che si poggiano sul non rispetto della dignità femminile?
Un femminicidio, a mio parere, è un qualcosa di abbrutente e assolutamente ingiusto che si respira nell’aria, che permea pareti, stanze, persone e situazioni e che si nutre anche di piccole cose.
Nasce, per esempio, quando un ragazzino utilizza la sua superiorità fisica su una bambina con dei piccoli gesti di prevaricazione e nessuno lo riprende, o quando un marito e ancora peggio un padre minimizza gli sforzi della propria compagna, si vanta del fatto di essere servito e riverito, e deride lo stress di mogli e madri divise in modo disumano tra lavoro, casa e figli, in una corsa disperata di cui non avranno mai ragione per quanto si potranno affannare.
Nasce in figli maschi che vivono la propria casa come una ‘tana’ dove madri e sorelle lavoratrici o studentesse, appena si chiudono la porta alle spalle, perdono la propria parità giuridica e sociale e si trasformano in delle serve. Nasce in modelli televisivi dove i personaggi vincenti e agognati sono delle donne ridotte a caricature di bambole gonfiabili, in cui l’emancipazione femminile passa attraverso la vendita e l’ostentazione del proprio corpo, in maniera maniacale, ossessiva, lasciva. Un femminicidio nasce anche in cose all'apparenza innocenti, come le pubblicità dei detersivi per esempio, in cui le uniche ad apparire intente alle mansioni domestiche sono delle ‘femmine’ per l’appunto, anche se subito dopo il bucato devono correre a lavorare tanto e quanto i loro compagni buttati felici sui divani, o negli spot di merendine e cereali, dove mamme felici servono famiglie felici riunite intorno ad un tavolo, come se ancora, in ogni famiglia, esistesse una casalinga dedita al solo ruolo di angelo del focolare.
Un femminicidio nasce quando un marito maltratta la propria compagna nel silenzio correo di parenti, amici e conoscenti, o quando un padre non rispetta la propria moglie davanti agli occhi avidi di gesti e modelli da ripetere dei propri figli.
Il femminicidio ha delle complici, e sono mamme iperprotettive verso i propri pupilli maschi, che non avendo ricevuto attenzioni e amore da partner assenti e maschilisti, hanno riversato queste necessità su figli amati troppo morbosamente, in una competizione insana e cattiva con le loro future compagne, e ancora donne per cui scarpe, vestiti, trucchi e gossip rivestono un ruolo imprescindibile e difficilmente sostituibile da quotidiani, libri e attività sociali, per cui la guida  è spesso un tabù…in una corsa autolesionista ad incarnare cliché abusati e poco veritieri.
Un femminicidio è l’apice e la parte più tangibile di un’ingiustizia sociale che la legge ha cancellato diversi anni or sono, ma che la mentalità comune perpetua, e di cui l’uomo, in ultima analisi, è una delle vittime.
Perché il femminicidio nasce da consuetudini di possesso e riduzione all’inferiorità quotidiana di donne che già nel lontano 1975, e io all’epoca avevo solo un anno (!), furono dalla legge equiparate in tutto e per tutto agli uomini, anche all’interno dell’istituzione matrimoniale.
È infatti con la Legge 19 maggio 1975 n°151 che si stravolse la struttura della famiglia, una legge basata sull’art. 143 del Codice Civile, nel quale si afferma in modo perentorio che “con il matrimonio il marito e la moglie acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri”. Tutto ciò comportando obblighi di fedeltà, assistenza morale e materiale e collaborazione assolutamente paritari, senza distinzioni tra moglie e marito.
Ed è la stessa legge ad estendere il mantenimento della famiglia ad entrambi i coniugi, certo in relazione alle loro sostanze ed alle loro capacità di lavoro professionale e casalingo. Il lavoro professionale e casalingo, inoltre, così come le necessità dei figli, nell’ottica del legislatore acquistano la medesima dignità e i due coniugi sono tenuti, pur nella libertà di scelta, ad attendervi entrambi in egual modo.
Una legge, all’attualità, che non credo sia stata assorbita e recepita dalla mentalità comune e dal comune senso della ragione.
E come diceva qualcuno, si sa, il sonno della ragione genera mostri...
Un  femminicidio in sostanza credo che nasca da lontano, da molto lontano rispetto al momento deflagrante della violenza, e ha così tanto complici che la mano che lo compie è solo l'ultimo anello di una vasta catena. E in tutto questo sono convinta che proprio le donne, che gli uomini 'li fanno', li crescono e li educano, dovrebbero sforzarsi di prevenire una simile aberrazione insegnando a se stesse, e poi anche agli altri, il proprio valore e il rispetto che questo pretende. La rivoluzione insomma si fa da mamme, da figlie e da compagne, e in ultima analisi, se questo proprio non bastasse, anche in piazza.
Femminicidio

 


 

domenica 7 ottobre 2012

Ego cannibale

EGO CANNIBALE


La costruzione di un racconto: 10.000 battute compresi gli spazi e un concorso (Donne che fanno testo - Il Messaggero).

Ego Cannibale

di 

Nuela Celli



Si svegliò alle sei di mattina sentendo che le mancava l’aria e il pensiero scivolò sempre lì, ossessivo. Di colpo smise di lottare contro se stessa, ormai stava perdendo l’autocontrollo ed era la prima volta che le accadeva.
Ripensò alla sua pancia pronunciata, pingue, dalla pelle chiara e tesa con i peli radi. E poi alla sua leggera calvizie. I capelli morbidi e castani che si miniaturizzavano facendo intravedere una chiazza più chiara sulla sommità della testa. Ripensò a lui che le ansimava addosso, che la baciava con foga selvaggia nonostante la sua aria sempre un po’ flemmatica. Come era potuto accadere non se lo spiegava, ma certe conclusioni assurde si possono capire solo dipanando la serie imprevista di avvenimenti che l’hanno precedute.
C’era stata quella lontana cena a marzo. Una decina di amici stretti, lei in tubino nero che aveva appena letto il libro di Savage e ne parlava con entusiasmo. Lui che era apparso tra gli altri, avvocati e dottori, come qualcosa di bizzarro, o quanto meno di anomalo, perché amico d’infanzia di qualcuno. Con un jeans liso, in ritardo come si sarebbe accorta faceva sempre, di certo per poter dire, scusate le mani vuote ma ero di fretta e non ho avuto tempo!
Bassino, un po’ tarchiato, timido con lei e un po’ riverente, la guardava come fosse una dea mentre parlava del libro che aveva appena letto. Lei ci aveva riso su, e non l’aveva considerato più di tanto. In seguito avevano scoperto che abitavano vicino. Poi era arrivata quella febbre assurda, che per quasi tre settimane l’aveva isolata dal mondo, relegandola per la maggior parte del tempo in uno stato confusionale. All’inizio era stato un momento di debolezza, aveva risposto ad alcuni suoi messaggi, non più che con dei monosillabi date le sue condizioni, e lui si era offerto di passare a trovarla, magari per farle una minestrina. Lo stordimento l’aveva fatta cedere e Marco si era materializzato nel suo nuovo appartamento. Dal momento che in quel periodo era disoccupato e aveva molto tempo libero, le aveva fatto compagnia in quelle lunghe giornate con la scusa di prepararle un tè o di portarle la spesa.
Sapeva di essere stata una specie di ossessione per lui, di averlo colpito dalla prima sera, forse per via di quello stupido libro che le era piaciuto, e di averlo rapito con i suoi silenzi durante la febbre, con le sue espressioni trasognate e quel languore tipico delle lunghe malattie. Lo aveva visto vegliarla parlando di politica, di poesia e di arte. Cose che lei neanche ascoltava, ma che la incantavano per il tono di voce che usava, pacato e rassicurante.
Si alzò dal letto e passando davanti allo specchio si diede uno sguardo. Era proprio bella, al bando la falsa modestia! E il suo appartamento era bello rincarò, anche perché le era costato una fortuna! E il suo lavoro era un bel lavoro, ottenuto dopo anni di studio e fior fiori di master! Poteva scegliersi in pratica qualsiasi partito! E invece cosa faceva, stava lì a perdere il sonno e l’appetito per un rospo disoccupato, un perdente!
Eppure non poteva farne a meno, lo capì chiaramente quella mattina, era con le spalle al muro!
Verso le dieci infatti lo chiamò, poco prima di uscire. Ma Marco non le rispose. E lo immaginò, con il sangue che le ribolliva, sudaticcio, molle, ancora addormentato nel suo lettino adolescenziale, con la madre che lo ospitava grassa e flaccida in giro per casa, in una casa popolare, sempre puzzolente di cucina, dai mobili anni sessanta che sapevano di stantio, con un piccolo balcone strapieno di piante ammassate che lui giudicava il suo ‘angolo di pace’, una cosa ridicola se non fosse che le faceva tenerezza.
Lo odiò con tutte le sue forze, l’avrebbe soffocato con un cuscino mentre ronfava su quel ridicolo lettino circondato da pareti grigie e mangiate dalla muffa, su cui si appoggiavano centinai di libri che nella sua vita inconcludente aveva tutto il tempo di leggere!
Ma perché non riusciva a farle davvero schifo? Perché quegli occhi chiari e intelligenti le mancavano così tanto? Perché le mancava il respiro se pensava che non l’avrebbe più visto guardarla adorante come aveva fatto per settimane, prima che iniziasse a lanciarle degli sguardi di traverso, duri e distaccati?
Finita la febbre avevano preso a frequentarsi in comitiva. E proprio quando lei aveva cercato sempre più insistentemente le sue attenzioni, nonostante se ne vergognasse e lo facesse di nascosto (sapeva che le sue amiche lo trovavano ridicolo oltre che repellente), lui si era via via distaccato, e più lei tornava al suo solito pragmatismo, più lui sembrava sfuggirle. E ogni tanto accadeva che le arrivasse come una frecciata uno dei suoi sguardi penetranti. Sembrava giudicare qualsiasi cosa dicesse!
Elena arrivò in spiaggia verso le undici di mattina, già spossata, e trovò lì le sue amiche. Decise di rilassarsi prendendo un po’ di sole, ma stesa sul lettino si sentiva elettrica. Non ne avrebbe mai fatto parola con loro. Sarebbero rimaste scioccate, e non avrebbero compreso l’enorme estensione sotterranea delle radici che quel sentimento aveva piantato, come un’erbaccia testarda e prolifera.
Ma il nervosismo era epidermico. Urlò quasi nel controbattere a Bea che con la sua voce stridula da bambina scema sparava opinioni a cazzo, cosa che faceva spesso e per la quale stentava a sopportarla, ma che mai come quella mattina le aveva dato fastidio. Avrebbe strillato per il cicaleccio delle sue amiche, per il caldo, per la brezza che ogni tanto alzava la sabbia che le si incollava addosso.
Ad un tratto si alzò snervata e prese il telefono. Lo chiamò nuovamente. Nulla. Poi di nuovo. Nulla.
Quindi altre due, tre, quattro volte. Al decimo tentativo andò fuori di sé, lo vide ridacchiare all’idea di ignorarla. Le salì il sangue al cervello. Le lacrime le arrivarono agli occhi e fece una gran fatica a ricacciarle giù per l’orgoglio. Il suo disprezzo per quell’uomo le rendeva inaccettabile la presa di coscienza che era seguita a quella lunga nottata insonne, e cioè che lei lo amava e lui no! Quasi sgranò i denti nell’ammettere che si era innamorata di un perfetto fallito, il quale a sua volta si era innamorato di lei per un lato del suo carattere che aveva equivocato, e che ora passava il tempo a disprezzarla e ad ignorarla mentre lei, nel bene e nel male, non ne poteva più fare a meno, e per questo si odiava!
Si levò dal lettino furente, si rivestì e salutò con un sorriso tirato le sue amiche, quindi si diresse con determinazione alla macchina. E si decise. Aveva finto distacco e superiorità finché era stato umanamente possibile, per paura del ridicolo. Ora sentì una grande liberazione dentro di sé e decise di scoprire le carte!
Dopo un quarto d’ora, sudata e con il volto teso, si trovò ad attaccare il dito al campanello dell’appartamento di Marco. La voce sguaiata e biascicante della madre chiese chi fosse. A lei si rialzò lo stomaco all’idea di dover parlare con quella donna sciatta e sempre sudata, nonostante ciò le chiese di Marco e la donna le disse che si era appena svegliato al che Elena tagliò corto con – salgo!
Aveva un’espressione distaccata e la guardava non fingendo neanche curiosità per le motivazioni che l’avevano spinta fin lì, fremente e sudata. Dopo essersi vestito con calma, nella sua cameretta che puzzava di polvere nel disordine debordante, si sedette sul letto e le disse, cercando di trovare le parole più giuste possibili, che quello che c’era stato tra di loro era qualcosa che non poteva funzionare, perché loro due erano terribilmente diversi, e la guardò serio, anche un po’ dispiaciuto, cosa che mandò fuori di testa Elena. Al che lei se ne uscì con una risata isterica e disse che certo che erano diversi, bastava guardarsi intorno in quel buco maleodorante di fritto già alle dieci del mattino per capirlo! e lo fece sventolando il braccio sinistro con il suo orologio Bulgari.
Era stato lui ad insinuarsi nella sua vita e doveva ritenersi miracolato che una come lei fosse lì!
Proprio con lui! A quelle parole Marco scattò su, la prese con forza per le braccia e la fece cadere sul letto e in men che non si dica le fu sopra.
Lucien Freud

Fecero l’amore in modo selvaggio.
Quando lui si staccò, dopo averci messo una foga che Elena conosceva bene e di cui era diventata totalmente dipendente, si alzò dal letto con aria seria e determinata, e le disse di avere un impegno importante.
Elena non riuscì a stargli dietro e lui dopo essere andato in bagno sgattaiolò oltre il portone di casa. Lei uscì dalla stanza accaldata e in disordine cercando di non farsi vedere dalla mamma di Marco, che si trascinava in balcone con una scopa. Tornò a casa per farsi una doccia, mortificata, schifata dall’ambiente di cui si sentiva ancora l’odore addosso, eppure con un solo pensiero fisso in testa. Quando sarebbe successo ancora, quando avrebbe potuto baciarlo di nuovo e sentirlo sudato addosso a sé nonostante lo disprezzasse tanto!
Passarono due settimane di nulla da quella mattina, di silenzio ostinato e ripetuto, di indifferenza totale. Ed Elena passò le due settimane più frustranti ed asteniche della sua vita. Soffriva come un animale e soffriva ancora di più nel pensare a cosa o meglio a chi scatenava quella sofferenza.
Provava una profonda vergogna per i propri sentimenti e cercò di nascondere a tutti l’avvilente consapevolezza che aveva maturato, nonostante qualcuno sembrasse aver captato qualcosa, tanto che persino Bea, da oca qual era, le fece una battuta velenosa sul suo nervosismo che sembrava combaciare con l’assenza dell’orso Yoghi…come si divertiva a chiamare Marco.
Ma un giorno quel silenzio le divenne totalmente insopportabile e decise di braccarlo. Così si ritrovò un venerdì sera a passare sotto il suo condominio e, vedendo la luce della sua camera accesa, ad inchiodare, parcheggiando alla bella e meglio, ad attaccarsi al campanello e a chiedere alla madre di aprirle –era un’amica di Marco ed era urgente! A prendere l’ascensore fremendo e ad uscirne di corsa, per poi fiondarsi verso il portone quasi travolgendo la molle signora Spaccasassi. A sorpassarla ignorando il suo tanfo di sudore per arrivare alla porta della cameretta e a spalancarla senza neanche bussare.
Se era finita doveva dirglielo guardandola negli occhi!
E lo vide. Il suo segreto, l’uomo di cui si era tanto vergognata era lì, sudato e ansante. Ridicolo, con le chiappe pelose e lucide sopra due cosce aperte e abbronzate. Due cosce levigate che riconobbe al volo. E da sotto la sua faccia ansante che se la rideva, vide gli occhi sgranati di Bea che la fissavano, sorpresi ma sottilmente soddisfatti, anche lei sull’orlo di farsi una grassa risata.